Il tema della reiterazione abusiva dei contratti a tempo determinato nella Pubblica Amministrazione continua a essere al centro del dibattito giuridico italiano ed europeo. La delicata questione vede contrapposti, da un lato, l'esigenza di contenimento della spesa pubblica e, dall'altro, il diritto dei lavoratori a non essere penalizzati da un precariato senza fine. Su questo solco si inserisce la recente pronuncia della Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con la sentenza n. 27634 del 16 ottobre 2025, che ha affrontato il ricorso tra S. P. e L. M., cassando con rinvio la decisione della Corte d'Appello di Bari.
Nel settore del pubblico impiego privatizzato, l'ordinamento italiano vieta la conversione automatica del rapporto di lavoro a termine in un contratto a tempo indeterminato, a differenza di quanto avviene nel settore privato. Questa specificità, volta a salvaguardare l'accesso ai pubblici uffici tramite concorso, rischiava tuttavia di lasciare il lavoratore pubblico privo di una tutela effettiva contro gli abusi della Pubblica Amministrazione. Per colmare questo divario, la giurisprudenza ha elaborato il concetto di 'danno comunitario', un indennizzo volto a sanzionare l'abuso e a risarcire il lavoratore per la perdita di chance e la precarizzazione subita.
In materia di pubblico impiego privatizzato, nell'ipotesi di abusiva reiterazione di contratti a termine, la misura risarcitoria prevista dall'art. 36, comma 5, del d.lgs. n. 165 del 2001, va interpretata in conformità al canone di effettività della tutela affermato dalla Corte di Giustizia UE nell'ordinanza 12 dicembre 2013, in C-50/13, sicché, mentre va escluso - siccome incongruo - il ricorso ai criteri previsti per il licenziamento illegittimo, può farsi riferimento alla fattispecie omogenea di cui all'art. 32, comma 5, della l. n. 183 del 2010 (ratione temporis vigente), per trarne una nozione di "danno comunitario" presunto, avente valenza sanzionatoria, determinato tra un minimo ed un massimo, salva la prova del maggior pregiudizio sofferto, senza che ne derivi una posizione di favore del lavoratore privato rispetto al dipendente pubblico, atteso che, per il primo, l'indennità forfetizzata limita il danno risarcibile, mentre per il secondo agevola l'onere probatorio del danno subito.
La massima della sentenza n. 27634/2025 ribadisce l'importante principio di equivalenza ed effettività della tutela, richiamando la storica giurisprudenza delle Sezioni Unite (in particolare la sentenza n. 5072 del 2016). La Corte chiarisce che il risarcimento per il dipendente pubblico non deve essere modellato sui criteri del licenziamento illegittimo, bensì su un sistema di indennizzo forfettario e presunto, mutuato dall'art. 32, comma 5, della Legge n. 183 del 2010. Questo meccanismo presenta notevoli vantaggi pratici per il lavoratore:
La sentenza n. 27634 del 2025 si pone in perfetta continuità con l'orientamento eurounitario, confermando che la tutela risarcitoria nel pubblico impiego deve essere non solo dissuasiva per l'amministrazione inadempiente, ma anche concretamente accessibile per il lavoratore. Grazie alla presunzione del danno comunitario, i dipendenti pubblici vittime di reiterazione abusiva di contratti a termine possono ottenere giustizia senza dover affrontare un iter probatorio eccessivamente gravoso, garantendo così il rispetto dei principi costituzionali e delle direttive europee.