Nel diritto processuale penale, la gestione delle prove è fondamentale. La testimonianza "de relato" – indiretta, in cui un soggetto riferisce ciò che ha appreso da un altro – è spesso oggetto di dibattito. La sua ammissibilità e utilizzabilità bilanciano l'accertamento della verità con la garanzia dei diritti dell'imputato. Su questo si è pronunciata la Corte di Cassazione con la sentenza n. 23193 del 29/04/2025 (depositata il 20/06/2025), offrendo un chiarimento cruciale sull'onere delle parti riguardo all'escussione della fonte diretta.
L'articolo 195 c.p.p. disciplina la testimonianza "de relato". Il testimone può riferire fatti appresi da altri (comma 1), ma se una parte lo richiede, il giudice deve disporre l'escussione della fonte diretta per garantire il contraddittorio. La giurisprudenza ha dibattuto sulla valenza probatoria di tali dichiarazioni quando la fonte originaria non viene sentita. La questione si complica se le dichiarazioni sono acquisite con l'accordo delle parti (es. lettura di verbali). Qui interviene la Suprema Corte (Presidente R. C., Estensore M. T. B.) per chiarire l'onere processuale.
Il caso, con imputato G. C., riguardava l'utilizzabilità di dichiarazioni indirette. La Corte d'Appello di Bari aveva rigettato un ricorso, e la Cassazione ha confermato. La massima della sentenza n. 23193/2025 è chiara:
In tema di testimonianza "de relato", ove tali dichiarazioni siano state acquisite sull'accordo delle parti ai sensi dell'art. 431, comma 3, cod. proc. pen., è onere della parte interessata chiedere l'escussione della fonte diretta, sicché, qualora questo non avvenga, la dichiarazione così acquisita è pienamente utilizzabile.
Questo principio è cruciale. Se le dichiarazioni indirette sono state introdotte nel processo con il consenso delle parti (ex art. 431, comma 3, c.p.p.), spetta alla parte che intende contestarne la validità chiedere al giudice di convocare la fonte originale. Se tale richiesta non viene avanzata, la dichiarazione "de relato" acquisita con l'accordo iniziale conserva piena validità e può essere utilizzata. Non si può lamentare a posteriori la mancata escussione della fonte se non si è provveduto a richiederla tempestivamente.
La decisione della Cassazione ha un impatto significativo sulla strategia processuale. Per gli avvocati, è fondamentale essere consapevoli di questo onere. Non basta eccepire l'inaffidabilità di una testimonianza indiretta; occorre agire attivamente, chiedendo l'escussione della fonte primaria se si vuole contestarne la piena utilizzabilità.
Questa sentenza sottolinea l'importanza della lealtà processuale e della diligenza delle parti. Il processo penale si fonda sulla responsabilità di attivarsi per la ricerca e la verifica della prova, specialmente con strumenti procedurali specifici come la richiesta di escussione della fonte diretta (art. 195, comma 1, c.p.p.) in un contesto di accordo sull'acquisizione (art. 431, comma 3, c.p.p.).
La sentenza n. 23193/2025 della Cassazione, presieduta da R. C. e con estensore M. T. B., chiarisce un aspetto cruciale della testimonianza "de relato". Ribadisce che l'accordo delle parti sull'acquisizione (ex art. 431, comma 3, c.p.p.) sposta l'onere della richiesta di escussione della fonte diretta sulla parte interessata. Senza tale richiesta, la testimonianza indiretta è pienamente utilizzabile. Questo rafforza l'importanza di una strategia processuale attenta e proattiva, ricordando agli operatori del diritto che vigilanza e azione tempestiva sono essenziali per tutelare gli interessi e garantire la corretta formazione della prova nel rispetto del contraddittorio.