La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23215 depositata il 20 giugno 2025 (Ud. 17/04/2025), ha emesso un'importante pronuncia che affronta il delicato equilibrio tra pratiche culturali-etniche e la necessità di tutela della salute pubblica. La questione centrale riguarda la circoncisione maschile "rituale" e la sua qualificazione giuridica quando eseguita da persone non abilitate alla professione medica, configurando il reato di esercizio abusivo di una professione. Questa decisione, che ha visto l'annullamento in parte con rinvio di una precedente pronuncia della Corte di Assise di Appello di Roma (08/10/2024), offre un faro interpretativo fondamentale in un ambito di grande sensibilità sociale e legale.
La circoncisione maschile, sebbene radicata in tradizioni millenarie e praticata per ragioni religiose o culturali, è un intervento che incide sull'integrità fisica. La giurisprudenza italiana, con questa sentenza della V Sezione Penale (Presidente Dott.ssa G. R. A. Miccoli, Estensore Dott.ssa M. T. Belmonte), ha ribadito con fermezza la sua natura di atto medico. Ciò implica che, indipendentemente dalla motivazione che lo sottende, deve essere eseguito da professionisti sanitari qualificati e legalmente autorizzati.
La Suprema Corte ha affrontato il caso dell'imputato I. P.M. L., il cui operato è stato messo in discussione proprio per l'assenza delle necessarie abilitazioni. La pronuncia si concentra sulla protezione dell'incolumità individuale e sulla fede pubblica che ripone nell'integrità delle professioni sanitarie.
Integra il delitto di esercizio abusivo di una professione, la condotta di colui che, senza essere abilitato all'esercizio della professione medica, esegua un intervento di circoncisione maschile "rituale" o culturale-etnica, posto che quest'ultimo, pur integrando un atto di disposizione del proprio corpo non espressamente vietato e non incompatibile con l'art. 5 cod. civ., deve essere qualificato un atto medico.
La massima cristallizza un principio essenziale: la circoncisione, pur potendo essere considerata un atto di disposizione del proprio corpo non vietato dall'art. 5 del Codice Civile (il quale consente tali atti purché non comportino una diminuzione permanente dell'integrità fisica e non siano contrari a legge, ordine pubblico o buon costume), è intrinsecamente un "atto medico". Di conseguenza, la sua esecuzione da parte di chi non possiede la speciale abilitazione richiesta per la professione medica configura il delitto di esercizio abusivo di una professione, ai sensi dell'art. 348 del Codice Penale. Questa interpretazione mira a salvaguardare la salute e la sicurezza di chi si sottopone a tale pratica, garantendo che sia eseguita con le competenze e le cautele necessarie.
L'articolo 348 del Codice Penale sanziona chi esercita abusivamente una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato. La ragione di questa norma risiede nella protezione di interessi pubblici fondamentali, quali la salute dei cittadini e l'integrità degli ordini professionali. Quando un intervento come la circoncisione viene effettuato da personale non qualificato, si espongono i soggetti a rischi elevati.
I pericoli associati a un intervento di circoncisione non eseguito da un medico abilitato includono:
La Corte, rifacendosi a un consolidato orientamento giurisprudenziale (cfr. Massime precedenti Conformi come la n. 43646 del 2011 e altre citate, quali n. 16566 del 2017, n. 12539 del 2020, n. 5319 del 2024, n. 17164 del 2024), ha dunque ribadito che la natura invasiva e le potenziali conseguenze di un intervento di circoncisione impongono la necessità di una professionalità medica, in linea con il diritto alla salute garantito dall'articolo 32 della Costituzione.
La sentenza n. 23215/2025 della Cassazione costituisce un chiaro monito per la tutela della salute pubblica e per il rispetto delle normative che regolano l'esercizio delle professioni. Non si tratta di limitare la libertà di culto o le tradizioni culturali, ma di assicurare che qualsiasi pratica che incida sull'integrità fisica sia svolta in condizioni di massima sicurezza e professionalità. La Corte ha bilanciato sapientemente il diritto all'autodeterminazione con l'imperativo di protezione della salute, stabilendo che, anche in presenza di motivazioni culturali o religiose, l'atto medico deve rimanere appannaggio esclusivo di chi è legalmente abilitato. È un principio fondamentale per la protezione di ogni individuo e per la salvaguardia del sistema sanitario.