Bancarotta Fraudolenta: la Cassazione (Sentenza n. 24692/2025) chiarisce l'elemento psicologico

La bancarotta fraudolenta, reato grave e dibattuto nel diritto penale d'impresa, pone sempre al centro la questione dell'elemento psicologico. La recente Sentenza n. 24692 del 17/06/2025 (depositata il 04/07/2025) della Corte di Cassazione offre una chiarificazione essenziale, delineando con precisione i contorni della responsabilità penale per gli amministratori.

La V Sezione Penale, presieduta dalla Dott.ssa M. G. R. A. e con estensore Dott.ssa M. E. M., ha esaminato il caso dell'imputata B. P., rigettando il ricorso contro la decisione della Corte d'Appello di Milano del 02/10/2024 e fornendo indicazioni cruciali sull'elemento soggettivo della bancarotta fraudolenta da operazioni dolose.

L'Elemento Psicologico nella Bancarotta Fraudolenta: Il Punto della Cassazione

La bancarotta fraudolenta, disciplinata principalmente dall'articolo 216 della Legge Fallimentare (R.D. n. 267/1942) e, per le operazioni dolose, dall'articolo 223, comma 2, numero 2 della medesima legge, punisce condotte poste in essere dall'imprenditore o dagli amministratori che abbiano causato o aggravato il dissesto della società con l'intento di recare pregiudizio ai creditori. La vera sfida, per gli organi inquirenti e giudicanti, risiede spesso nella dimostrazione del “dolo”, ossia dell'intenzione criminosa dell'agente.

La Suprema Corte, con la sentenza in esame, ha ribadito e rafforzato un principio fondamentale in materia, chiarendo quali siano gli aspetti essenziali da provare per configurare l'elemento psicologico nel reato di bancarotta fraudolenta da operazioni dolose. La massima che emerge da questa pronuncia è particolarmente illuminante:

In tema di bancarotta fraudolenta da operazioni dolose, ai fini dell'integrazione dell'elemento psicologico è necessario che l'agente abbia agito nella consapevolezza e volontà della complessa azione arrecante pregiudizio patrimoniale nei suoi elementi naturalistici e nel suo contrasto con i doveri connessi alla carica e che sussista la prevedibilità in concreto del dissesto quale effetto dell'azione antidoverosa, non essendo invece necessarie la rappresentazione e la volontà dell'evento fallimentare.

Questo passaggio è cruciale. La Cassazione distingue tra la volontà dell'azione pregiudizievole e quella dell'evento fallimentare. Per la condanna, non è necessario dimostrare che l'amministratore volesse il fallimento o lo prevedesse come certo. È sufficiente provare che l'agente abbia compiuto un'azione con piena consapevolezza e volontà di arrecare pregiudizio patrimoniale alla società, in contrasto con i suoi doveri, e che il dissesto fosse concretamente prevedibile come effetto di tale condotta.

In altre parole, l'amministratore che pone in essere operazioni dannose, pur non desiderando il fallimento della propria azienda, rischia la bancarotta fraudolenta se era in grado di prevedere che quelle azioni avrebbero potuto condurre l'impresa al collasso. Si sposta, dunque, il focus dall'intenzione ultima di causare il fallimento alla prevedibilità delle conseguenze delle proprie azioni pregiudizievoli, riconducibili a un dolo generico sull'azione e a una consapevolezza qualificata sulla potenziale conseguenza.

Le Implicazioni Pratiche per Imprenditori e Amministratori

Questa interpretazione giurisprudenziale ha ricadute significative per tutti coloro che ricoprono ruoli di gestione e amministrazione all'interno di società. La sentenza n. 24692/2025 sottolinea l'importanza di una gestione aziendale improntata alla massima diligenza e trasparenza. Ecco alcuni punti chiave:

  • Consapevolezza delle proprie azioni: Ogni decisione operativa deve essere presa con la piena comprensione delle sue potenziali ripercussioni sul patrimonio sociale.
  • Rispetto dei doveri: Gli amministratori devono agire sempre nell'interesse della società, evitando condotte che possano violare i doveri fiduciari connessi alla loro carica.
  • Valutazione della prevedibilità del dissesto: È fondamentale una costante analisi dei rischi. Se un'operazione, pur non mirata a causare il fallimento, presenta un'alta probabilità di portare al dissesto, essa può esporre l'amministratore a responsabilità penali se posta in essere con dolo sull'azione e consapevolezza del rischio.
  • Distanza dal dolo specifico di fallimento: La Corte conferma che non è necessario dimostrare un intento specifico di fallire, ma piuttosto un dolo sulle azioni pregiudizievoli e la prevedibilità delle conseguenze fallimentari.

Allineandosi a precedenti orientamenti (Sentenze n. 17690/2010 e n. 38728/2014), questa pronuncia rafforza la tutela dei creditori e del sistema economico, responsabilizzando gli amministratori le cui condotte possono compromettere la stabilità finanziaria delle imprese.

Conclusioni

La Sentenza n. 24692 del 2025 della Corte di Cassazione rappresenta un monito importante per il mondo imprenditoriale. L'elemento psicologico nella bancarotta fraudolenta da operazioni dolose non richiede la prova di una volontà diretta a causare il fallimento, ma si concentra sulla consapevolezza e volontà dell'azione pregiudizievole e sulla prevedibilità del dissesto quale sua conseguenza. Questa distinzione è cruciale e impone a imprenditori e amministratori un livello elevato di attenzione e diligenza nella gestione degli affari sociali. La consulenza legale preventiva diventa, in questo scenario, uno strumento indispensabile per navigare le complessità del diritto fallimentare e prevenire rischi penali, assicurando che ogni decisione sia non solo economicamente vantaggiosa, ma anche giuridicamente ineccepibile.

Studio Legale Bianucci