Mansioni Superiori nel Pubblico Impiego: L'Ordinanza Cassazione n. 16943/2025 e il Diritto dei Collaboratori ex Art. 90 TUEL

Il panorama del pubblico impiego è costantemente al centro di dibattiti e chiarimenti giurisprudenziali, soprattutto quando si toccano temi delicati come l'assegnazione a mansioni superiori e il correlato diritto al trattamento economico. L'Ordinanza n. 16943, emessa dalla Corte di Cassazione il 24 giugno 2025, rappresenta un intervento significativo che fornisce importanti indicazioni per i collaboratori assunti a tempo determinato ai sensi dell'articolo 90 del D.Lgs. n. 267 del 2000 (Testo Unico degli Enti Locali - TUEL).

Questa pronuncia, che ha visto come Presidente la Dott.ssa T. L. e come Estensore il Dott. C. D., si è pronunciata su un ricorso proposto da C. (rappresentato dall'Avv. S. N.) contro V. (rappresentato dall'Avv. P. L.), rigettando la decisione della Corte d'Appello di Salerno del 26 giugno 2020. Il cuore della questione risiede nel bilanciamento tra il principio di legalità che governa l'azione amministrativa e la tutela del lavoratore che, di fatto, svolge attività di livello superiore rispetto alla propria qualifica formale.

Il Diritto al Compenso per Mansioni Superiori: Una Questione Complessa

Nel contesto del pubblico impiego, l'assegnazione a mansioni superiori è un tema particolarmente sensibile. L'articolo 52 del D.Lgs. n. 165 del 2001, che disciplina l'ordinamento del lavoro nelle amministrazioni pubbliche, stabilisce che il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle equivalenti. L'assegnazione a mansioni superiori, se non è temporanea e non rispetta determinate condizioni, può essere considerata illegittima o nulla. Tuttavia, la giurisprudenza ha da tempo riconosciuto che, anche in presenza di un'assegnazione illegittima o nulla, il lavoratore ha comunque diritto a percepire la retribuzione corrispondente alle mansioni effettivamente svolte, in virtù del principio che vieta l'arricchimento senza causa dell'amministrazione.

L'Ordinanza 16943/2025 si inserisce in questo solco, specificando le condizioni per il riconoscimento di tale diritto per una categoria particolare di lavoratori: i collaboratori degli enti locali assunti a tempo determinato ex art. 90 TUEL. Questi soggetti, spesso impiegati in ruoli di supporto agli organi politici, possono trovarsi a svolgere mansioni che vanno oltre il loro inquadramento formale.

I collaboratori assunti a tempo determinato ai sensi dell'art. 90, comma 1, TUEL, ove assegnati a mansioni superiori ai sensi dell'art. 52 del d.lgs. n. 165 del 2001 e ferma restando la nullità dell'assegnazione, hanno diritto, per il periodo di svolgimento di tali mansioni in modo prevalente - anche in mancanza di un provvedimento del superiore gerarchico o di sua illegittimità, ed anche se gli sia stato attribuito un incarico per il quale sia previsto un particolare titolo di studio del quale siano privi -, al pagamento della differenza tra il trattamento economico iniziale previsto per la categoria superiore alla quale corrispondono le mansioni espletate e quello iniziale della categoria di inquadramento, in aggiunta a quanto percepito per la posizione economica di appartenenza e, eventualmente, a titolo di retribuzione individuale di anzianità; tale diritto non sussiste nei casi in cui l'espletamento delle suddette mansioni sia avvenuto all'insaputa o contro la volontà dell'ente, ovvero sia il frutto di una fraudolenta collusione tra dipendente e dirigente o in ogni altra ipotesi nella quale si riscontri una situazione di illiceità per contrasto con norme fondamentali o generali o con principi basilari pubblicistici dell'ordinamento, in particolare laddove l'ordinamento vieti in radice che la prestazione, se resa senza rispettare determinate regole, sia ricompensata, perché illecitamente eseguita.

La massima sopra riportata chiarisce in modo inequivocabile la posizione della Suprema Corte. Anche se l'assegnazione a mansioni superiori è da considerarsi nulla, il collaboratore ha diritto alla differenza retributiva. Questo diritto si concretizza quando le mansioni superiori sono state svolte in modo prevalente, cioè non episodico o marginale. È rilevante notare come la Cassazione precisi che tale diritto sussiste anche in assenza di un formale provvedimento del superiore gerarchico, o se tale provvedimento fosse illegittimo, e persino se il collaboratore fosse privo del titolo di studio specifico richiesto per quelle mansioni. Ciò sottolinea l'importanza del principio di effettività della prestazione lavorativa rispetto alla mera formalità dell'atto amministrativo.

Condizioni e Limiti al Riconoscimento del Diritto

La sentenza non si limita a riconoscere il diritto, ma ne delinea anche i precisi confini, tutelando al contempo l'interesse pubblico. Il diritto al trattamento economico per mansioni superiori, infatti, non è assoluto e incontra dei limiti ben definiti. Nello specifico, la Cassazione ha individuato diverse situazioni in cui tale diritto viene meno:

  • All'insaputa o contro la volontà dell'ente: Se il dipendente ha svolto mansioni superiori senza che l'amministrazione ne fosse a conoscenza o, peggio, contro una sua esplicita volontà, non potrà pretendere il compenso aggiuntivo. Questo principio tutela l'autonomia organizzativa dell'ente pubblico.
  • Fraudolenta collusione: Qualora l'assegnazione alle mansioni superiori sia il risultato di un accordo illecito tra il dipendente e un dirigente, volto a eludere le norme sul pubblico impiego, il diritto decade. La frode mina alle fondamenta la legittimità della pretesa.
  • Situazioni di illiceità radicale: Il diritto non sussiste in ogni altra ipotesi in cui si riscontri una situazione di illiceità per contrasto con norme fondamentali o generali, o con principi basilari pubblicistici dell'ordinamento. Ciò include casi in cui l'ordinamento vieti in radice che la prestazione, se resa senza rispettare determinate regole, sia ricompensata perché illecitamente eseguita. È il caso, ad esempio, di incarichi che violano principi inderogabili di selezione pubblica o di incompatibilità.

Questi limiti sono essenziali per preservare la trasparenza, l'imparzialità e il buon andamento della Pubblica Amministrazione, evitando che condotte abusive o fraudolente possano generare diritti economici non giustificati.

Conclusioni: Un Equilibrio tra Tutela del Lavoratore e Principi Pubblicistici

L'Ordinanza n. 16943/2025 della Corte di Cassazione si configura come un importante punto di riferimento per i collaboratori degli enti locali e per le amministrazioni stesse. Da un lato, essa riafferma il principio di tutela del lavoratore che ha effettivamente svolto mansioni superiori, garantendogli il giusto compenso anche in presenza di un'assegnazione formalmente nulla. Dall'altro, pone paletti chiari e rigorosi, salvaguardando i principi di legalità, trasparenza e meritocrazia che devono ispirare l'azione della Pubblica Amministrazione. È un equilibrio delicato, che richiede attenzione e una profonda conoscenza della normativa e della giurisprudenza per essere correttamente applicato. Per chi opera nel settore pubblico, comprendere a fondo queste dinamiche è cruciale per la gestione dei rapporti di lavoro e per la prevenzione di contenziosi.

Studio Legale Bianucci