Il dibattito sulla macellazione rituale, che vede confrontarsi libertà religiosa e benessere animale, è da tempo al centro dell'attenzione giuridica e sociale. La recente pronuncia della Corte di Cassazione, la sentenza n. 22294 del 13 giugno 2025, interviene con chiarezza su un aspetto cruciale: la liceità della macellazione rituale effettuata al di fuori dei luoghi deputati, ovvero i macelli autorizzati. Questa decisione rappresenta un punto fermo importante per la giurisprudenza italiana, ribadendo i principi di tutela degli animali.
La questione affonda le radici nell'articolo 544-bis del Codice Penale, che sanziona chiunque cagioni la morte di un animale per crudeltà o senza necessità. A ciò si affianca il Regolamento CE n. 1099/2009, relativo alla protezione degli animali durante l'uccisione, il quale prevede specifiche deroghe per le macellazioni rituali. Tali deroghe consentono, per motivi religiosi, di non ricorrere allo stordimento preliminare all'uccisione, pratica altrimenti obbligatoria. Tuttavia, la normativa europea e quella nazionale impongono stringenti condizioni igienico-sanitarie e di benessere animale per qualsiasi tipo di macellazione, che devono avvenire in strutture riconosciute e controllate.
Integra il delitto di uccisione di animali di cui all'art. 544-bis cod. pen. la macellazione di capi di bestiame effettuata, in osservanza alle pratiche prescritte da un precetto religioso, tramite iugulazione non preceduta dallo stordimento dell'animale, in luoghi non aventi le condizioni tecnico-normative dei "macelli", in quanto la deroga prevista dall'art. 4, par. 4, regolamento CE n. 1099/2009 per la macellazione rituale è circoscritta alle modalità di uccisione dell'animale e non al luogo ove la stessa può avvenire. (In motivazione, la Corte ha precisato che, ai fini dell'esclusione del reato, non assume rilievo neppure il consumo domestico privato delle carni in tal modo ottenute, in quanto tale finalità consente solo di derogare alla disciplina sulla repressione della macellazione clandestina di cui all'art. 6, comma 1, d.lgs. 6 novembre 2007, n. 193).
La massima della Cassazione è lapidaria e chiara. Essa stabilisce che la macellazione di animali, anche se dettata da precetti religiosi e condotta con la tecnica della iugulazione senza stordimento (come permesso dalla deroga del Regolamento CE n. 1099/2009), diventa un reato ai sensi dell'articolo 544-bis c.p. se avviene al di fuori di un macello autorizzato. Il punto cruciale è che la deroga religiosa si applica esclusivamente alle modalità di uccisione (ovvero l'assenza di stordimento), ma non al luogo in cui tale pratica può essere eseguita. La Corte precisa inoltre che neppure il consumo domestico privato delle carni ottenute in questo modo può escludere il reato di uccisione di animali, poiché tale finalità deroga solo alla disciplina sulla macellazione clandestina (D.Lgs. n. 193/2007), non alla ben più grave fattispecie del 544-bis c.p.
La Suprema Corte, annullando con rinvio la sentenza della Corte d'Appello di Torino, ha ribadito l'importanza di bilanciare il diritto alla libertà religiosa con la necessità di tutelare il benessere degli animali e la salute pubblica. La decisione sottolinea come l'ambiente controllato del macello sia fondamentale per garantire che le procedure di uccisione, anche quelle rituali, avvengano nel rispetto delle normative igienico-sanitarie e con il minor stress possibile per l'animale. La pratica dell'iugulazione, seppur ammessa per ragioni religiose, deve comunque inserirsi in un contesto che minimizzi la sofferenza e garantisca la tracciabilità e la sicurezza alimentare. Questo implica che:
La sentenza n. 22294 del 2025 della Cassazione chiarisce definitivamente che la libertà di culto, pur essendo un principio fondamentale, non può spingersi fino a derogare alle norme poste a tutela del benessere animale e della salute pubblica, in particolare per quanto riguarda il luogo della macellazione. La Corte ha tracciato un confine netto: la macellazione rituale è consentita, ma solo se effettuata all'interno di macelli che rispettano gli standard tecnico-normativi previsti. Questa decisione rafforza la protezione degli animali nel nostro ordinamento, inviando un messaggio chiaro sull'importanza di un approccio etico e legale anche in contesti culturalmente sensibili. Per i professionisti del settore e per i cittadini, si tratta di un monito a operare sempre nel pieno rispetto della legge, a garanzia della dignità degli animali e della sicurezza di tutti.