La Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 29457 del 12 agosto 2025, ha fornito importanti chiarimenti sulla configurazione del reato di bancarotta semplice, in particolare in relazione alle "operazioni di grave imprudenza" volte a ritardare il fallimento. Questa pronuncia è di notevole interesse per amministratori e imprenditori, delineando i confini tra una gestione d'impresa in crisi e condotte penalmente rilevanti. Analizziamo i principi espressi dalla Suprema Corte, presieduta da P. R. e relata da M. M. E.
Il reato di bancarotta semplice, disciplinato dall'articolo 217, comma 1, punto 3, della Legge Fallimentare, sanziona l'imprenditore che compie operazioni di grave imprudenza per ritardare il fallimento. Si distingue dalla bancarotta fraudolenta per l'elemento soggettivo, potendo essere integrata anche da colpa grave. La Cassazione si è concentrata sulla nozione di "grave imprudenza", distinguendo le scelte rischiose ma legittime da quelle che travalicano il limite della legalità, in linea con massime precedenti come la n. 24231 del 2003 e la n. 118 del 2022.
La Suprema Corte, rigettando il ricorso contro la condanna emessa dalla Corte d'Appello di Bari, ha ribadito un principio fondamentale, sintetizzato nella seguente massima:
In tema di bancarotta semplice, le operazioni di grave imprudenza sono quelle che, compiute al solo fine di ritardare il fallimento, si caratterizzano per un alto grado di rischio, in quanto prive di serie e ragionevoli prospettive di successo economico. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto esente da censure la condanna del presidente del consiglio di amministrazione di una società cooperativa che, consapevole della grave esposizione debitoria e dell'insuccesso di pregressi tentativi di risanamento, omettendo inoltre di adottare iniziative volte ad evitare il fallimento, aveva scelto, nell'interesse dell'impresa, di preservare e garantire lo stato occupazionale della società).
Questo estratto è il fulcro della decisione. La Corte chiarisce che l'elemento distintivo non è solo l'alto grado di rischio, ma soprattutto l'intrinseca mancanza di "serie e ragionevoli prospettive di successo economico". L'intento di salvare l'azienda o tutelare l'occupazione, come nel caso del presidente C. G., non giustifica azioni oggettivamente irrealistiche. La sentenza evidenzia come la consapevolezza della grave esposizione debitoria e l'insuccesso di precedenti tentativi impongano agli amministratori una valutazione estremamente cauta. Le scelte che aggravano il dissesto e ledono i creditori configurano il reato, anche se dettate da motivazioni eticamente positive.
La pronuncia della Cassazione n. 29457/2025 rafforza la necessità per gli amministratori di adottare una condotta estremamente diligente, specialmente in situazioni di crisi aziendale. La buona fede non è sufficiente a escludere la responsabilità penale per bancarotta semplice se le operazioni sono gravemente imprudenti.
La tutela dei creditori e l'integrità del sistema economico sono principi primari. Gli amministratori sono tenuti a operare con prudenza e diligenza, evitando operazioni che, pur finalizzate a ritardare il fallimento, mancano di reali e fondate prospettive di successo economico. Una corretta gestione della crisi d'impresa richiede competenza e consapevolezza delle responsabilità legali, che possono tradursi in severe conseguenze penali.