Nel panorama giuridico italiano, le misure di prevenzione rappresentano uno strumento fondamentale per contrastare la criminalità, mirando non solo a sanzionare comportamenti illeciti già commessi, ma anche a prevenire la commissione di nuovi reati. Al centro di questo sistema vi è il concetto di “pericolosità sociale”, una valutazione complessa che il giudice è chiamato a compiere per identificare soggetti che, per il loro stile di vita o per le attività svolte, potrebbero reiterare condotte delittuose. La recente pronuncia della Corte di Cassazione, Sezione Sesta Penale, con la sentenza n. 31914 del 6 maggio 2025 (depositata il 25 settembre 2025), ha offerto un importante chiarimento su come debba essere interpretata la “pericolosità generica” quando si parla di proventi derivanti da reati tributari.
La sentenza in esame si concentra sull'articolo 1, comma 1, lettera b), del Decreto Legislativo 6 settembre 2011, n. 159 (Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione), che identifica come socialmente pericolosi coloro che “vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose”. Questo articolo è cruciale perché permette al giudice della prevenzione di intervenire non solo contro la criminalità organizzata, ma anche contro individui che, pur non essendo affiliati a cosche mafiose, traggono sostentamento da attività illecite.
Il caso specifico riguardava un soggetto, P. Z., nei confronti del quale la Corte d'Appello di Milano aveva rigettato una misura di prevenzione. La Cassazione, presieduta da E. A. e con estensore F. D'A., ha affrontato la questione della rilevanza dei proventi da reati tributari per la configurazione di tale pericolosità. Ecco la massima della sentenza:
Ai fini del giudizio di pericolosità generica di cui all'art. 1, comma 1, lett. b), d.lgs. 6 settembre 2011, n. 159, il giudice della prevenzione è tenuto a verificare se il proposto viva abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose, facendo riferimento al complessivo tenore di vita dello stesso e del suo nucleo familiare, e non essendo invece necessario che i profitti illeciti siano stati indispensabili per il soddisfacimento dei bisogni primari. (Fattispecie in cui il proposto aveva reinvestito in acquisti immobiliari i proventi dei reiterati delitti tributari, garantendo così a sé stesso e al suo nucleo familiare una condizione di agiatezza che le fonti reddituali lecite non avrebbero consentito).
Questa massima è di fondamentale importanza. Essa chiarisce che per configurare la pericolosità generica non è necessario che i proventi illeciti siano stati utilizzati per soddisfare i bisogni primari (cibo, casa, vestiario). È sufficiente che tali profitti abbiano contribuito, anche solo in parte, a sostenere un “complessivo tenore di vita” agiato per il proposto e il suo nucleo familiare, un tenore di vita che le sole fonti lecite non avrebbero permesso. Il caso concreto menzionato nella sentenza, in cui il proposto aveva reinvestito in immobili i proventi di reiterati delitti tributari, evidenzia come l'accumulo di ricchezza illecita, anche se non finalizzato alla mera sopravvivenza, sia pienamente rilevante ai fini della pericolosità sociale.
La pronuncia della Cassazione è particolarmente significativa per la sua esplicita menzione dei “reati tributari” come fonte di proventi delittuosi rilevanti per le misure di prevenzione. Tradizionalmente, nell'immaginario comune, i reati tributari sono spesso percepiti come meno gravi rispetto ad altre forme di criminalità. Tuttavia, la Corte sottolinea come l'evasione fiscale sistematica e l'accumulo di ingenti capitali derivanti da tali condotte possano alterare significativamente il tenore di vita di un individuo, configurando quella “agiatezza” non giustificata da fonti lecite.
Il giudice della prevenzione, come ribadito dalla sentenza, deve quindi condurre un'analisi approfondita e olistica del tenore di vita del proposto e del suo nucleo familiare. Questo implica la valutazione di diversi elementi, tra cui:
Questa interpretazione estensiva rafforza l'efficacia delle misure di prevenzione, consentendo di colpire non solo i criminali di stampo mafioso, ma anche coloro che, attraverso reati economici e finanziari, accumulano ricchezze illecite, alterando le regole del mercato e della convivenza civile. La capacità di reinvestire tali proventi, come nel caso di P. Z., dimostra una chiara attitudine a perpetuare un modello di vita basato sull'illegalità.
La sentenza n. 31914/2025 della Corte di Cassazione rappresenta un tassello importante nella lotta alla criminalità economica e nell'applicazione delle misure di prevenzione. Ribadendo che la pericolosità sociale generica può essere configurata anche quando i proventi illeciti da reati tributari sono utilizzati per garantire un'agiatezza, e non solo per il soddisfacimento dei bisogni primari, la Corte invia un messaggio chiaro: l'ordinamento è determinato a intercettare ogni forma di arricchimento illegale che alteri il tenore di vita di un individuo. Questo approccio garantisce una maggiore tutela della collettività e riafferma il principio che nessuna ricchezza illecita, indipendentemente dalla sua origine, può essere tollerata o ignorata, specialmente quando essa si traduce in un modello di vita sostenuto dalla violazione della legge.