La disciplina dei compensi degli amministratori delle società partecipate pubbliche è da anni al centro di dibattiti dottrinali e giurisprudenziali, spesso tesi a bilanciare le esigenze di contenimento della spesa pubblica con la tutela dell'autonomia privata. Con la pronuncia n. 28651 del 29 ottobre 2025, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha affrontato una questione di cruciale importanza riguardante i limiti interpretativi di tali tetti retributivi, ponendo un freno a interpretazioni eccessivamente estensive della normativa.
La controversia trae origine dall'applicazione del tetto massimo ai compensi stabilito dall'art. 1, commi 465 e 466, della Legge n. 296 del 2006. Nei gradi di merito, in particolare dinanzi alla Corte d'Appello di Roma, i giudici avevano ritenuto applicabile tale limite anche ad un'associazione riconosciuta di diritto privato. La motivazione si fondava sulla presunta portata generale della norma, giustificata dalla superiore finalità di contenimento della spesa pubblica. Tuttavia, la Suprema Corte ha ribaltato tale orientamento, accogliendo il ricorso promosso da F. contro F., assistito dall'avvocato R. R.
Il fulcro della decisione della Cassazione risiede nella qualificazione giuridica della norma in questione. Secondo gli Ermellini, le disposizioni che impongono limiti massimi ai compensi degli amministratori hanno natura eccezionale. Di conseguenza, in forza dell'articolo 14 delle Preleggi, esse non possono essere applicate oltre i casi espressamente considerati dal legislatore.
Per comprendere appieno la portata di questa pronuncia, è utile analizzare la massima ufficiale espressa dalla Corte:
La previsione, a norma dell'art. 1, commi 465 e 466 della l. n. 296 del 2006 (applicabile ratione temporis), di un tetto massimo per i compensi degli amministratori di società non quotate partecipate dal Ministero dell'economia e delle finanze e delle rispettive società controllate e collegate, ha natura eccezionale, risultandone così preclusa l'applicazione in via analogica ed estensiva a fattispecie da essa non espressamente disciplinate, in quanto norma di stretta interpretazione. (Nella specie, la S.C. ha cassato la decisione di merito con la quale la suddetta disciplina era stata analogicamente applicata a un'associazione riconosciuta di diritto privato, sull'erroneo presupposto che avesse portata generale, siccome finalizzata al contenimento della spesa pubblica).
Il commento a questa massima evidenzia come il principio di legalità e di stretta interpretazione delle norme eccezionali prevalga sulle pur legittime esigenze di finanza pubblica. Non è possibile, in via interpretativa, estendere restrizioni alla libertà contrattuale e all'autonomia privata al di fuori del perimetro tassativamente tracciato dal legislatore. L'analogia legis trova un limite invalicabile di fronte a norme che derogano alla libertà negoziale comune.
La sentenza n. 28651/2025 rappresenta un importante punto di riferimento per il diritto societario e del lavoro pubblico. Essa riafferma che il contenimento della spesa pubblica non può giustificare la violazione delle regole fondamentali sull'interpretazione delle leggi. Gli enti di diritto privato, pur se in rapporti con la Pubblica Amministrazione, mantengono la propria autonomia nella determinazione dei compensi dei propri organi gestori, salvo espresso intervento legislativo contrario.