Il fenomeno del randagismo rappresenta una problematica sociale e di sicurezza che, purtroppo, può sfociare in eventi dannosi per i cittadini. Incidenti stradali, aggressioni o altri pregiudizi causati da cani randagi sollevano interrogativi cruciali sulla responsabilità degli enti pubblici preposti alla loro gestione e prevenzione. Su questo tema complesso, la Corte di Cassazione è intervenuta con una pronuncia di grande rilevanza: la Sentenza n. 16788 del 23 giugno 2025, che offre chiarimenti fondamentali sull'applicazione dell'art. 2043 del Codice Civile e sull'onere della prova a carico del danneggiato.
La decisione, scaturita dal ricorso presentato da S. (M. F.) contro G. (A. G.) e che ha rigettato quanto stabilito dal Tribunale di Trani in data 12/01/2023, si concentra sulla natura della responsabilità della Pubblica Amministrazione e sulle condizioni necessarie per ottenere un risarcimento. Capire le implicazioni di questa sentenza è essenziale sia per le vittime che per gli enti locali, chiamati a garantire la sicurezza pubblica.
La questione della responsabilità della Pubblica Amministrazione per i danni causati da cani randagi non è affatto semplice. Tradizionalmente, la giurisprudenza ha oscillato tra l'applicazione dell'art. 2052 c.c. (responsabilità per danno cagionato da animali) e l'art. 2043 c.c. (responsabilità aquiliana o extracontrattuale). La Sentenza n. 16788/2025 ribadisce con forza che, in questi casi, si applica l'art. 2043 c.c. Ciò significa che la P.A. non è responsabile in modo oggettivo, come lo sarebbe il proprietario di un animale ai sensi dell'art. 2052 c.c., ma la sua responsabilità sorge solo se viene dimostrata una sua “colpa”.
La colpa della Pubblica Amministrazione, in questo contesto, non si manifesta attraverso un'azione diretta, ma piuttosto attraverso un'omissione o un'insufficiente organizzazione del servizio di prevenzione e controllo del randagismo. Le leggi regionali, come ad esempio la Legge Regionale Puglia n. 12 del 03/04/1995 (citata nella sentenza agli artt. 2, 6, 8), attribuiscono specifiche competenze a Comuni, Province e Regioni per la cattura, la custodia e la cura degli animali randagi. L'inosservanza o la negligenza nell'espletamento di tali compiti può configurare la colpa della P.A.
Uno degli aspetti più delicati e cruciali, come evidenziato dalla Cassazione, riguarda l'onere della prova, disciplinato dall'art. 2697 c.c. La sentenza è chiara: non basta subire un danno da un cane randagio per ottenere automaticamente il risarcimento. Il danneggiato ha l'onere di provare due elementi fondamentali:
Questo significa che il cittadino non può limitarsi a segnalare l'incidente, ma deve raccogliere elementi che attestino una carenza strutturale o organizzativa nella gestione del fenomeno da parte dell'ente locale. Ad esempio, la prova di segnalazioni precedenti inascoltate, la mancanza di campagne di sterilizzazione, l'assenza di strutture adeguate per la cattura e la custodia, o un numero eccessivo e costante di animali randagi in una determinata area.
La responsabilità della P.A. per i danni causati da cani randagi è soggetta alle regole dell'art. 2043 c.c. e, pertanto, è onere del danneggiato provare la colpa della pubblica amministrazione ed il nesso di causa tra questa e il danno patito: l'elemento soggettivo del fatto illecito non può essere desunto dal mero fatto che un animale randagio abbia causato il danno, ma esige la dimostrazione dell'insufficiente organizzazione del servizio di prevenzione del randagismo; solo una volta fornita questa prova, il nesso di causa tra condotta omissiva e danno potrà ammettersi anche ricorrendo al criterio della "concretizzazione del rischio" (il quale è criterio di spiegazione causale, non già di accertamento della colpa), in virtù del quale il fatto stesso dell'avverarsi del rischio che la norma violata mirava a prevenire è sufficiente a dimostrare che una condotta alternativa corretta avrebbe evitato il danno.
La massima della Sentenza 16788/2025, appena riportata, è di fondamentale importanza perché cristallizza il principio secondo cui la colpa della P.A. non è un automatismo, ma richiede una dimostrazione concreta di una sua negligenza organizzativa. Questo significa che il danneggiato non può semplicemente indicare l'esistenza del randagismo come prova della colpa, ma deve approfondire, ad esempio, indagando se vi erano piani di controllo del territorio, se questi erano adeguati e se sono stati correttamente attuati. È una prova non facile, che richiede un'accurata ricostruzione dei fatti e delle omissioni amministrative.
Una volta provata la colpa della P.A., la sentenza introduce un elemento innovativo e cruciale per la dimostrazione del nesso di causa: il criterio della "concretizzazione del rischio". La Cassazione precisa che questo criterio è uno strumento di spiegazione causale, non di accertamento della colpa. In pratica, se la P.A. ha violato una norma o un dovere che mirava a prevenire un certo rischio (nel nostro caso, i danni da randagismo), e quel rischio si è effettivamente concretizzato nel danno subito, allora si può presumere che una condotta alternativa corretta da parte della P.A. avrebbe evitato il danno.
Questo significa che:
allora il nesso di causa tra l'omissione e il danno può essere riconosciuto. È come dire che se un ente non chiude un buco pericoloso e qualcuno ci cade, il fatto stesso che il rischio (cadere nel buco) si sia realizzato dimostra che la mancata chiusura del buco è la causa del danno.
La Sentenza n. 16788 del 23/06/2025 della Corte di Cassazione rappresenta un punto fermo nella complessa materia della responsabilità della Pubblica Amministrazione per i danni causati da cani randagi. Per i cittadini danneggiati, la pronuncia sottolinea l'importanza di non sottovalutare l'onere della prova: è indispensabile dimostrare non solo il danno, ma anche la negligenza o l'inefficienza organizzativa dell'ente pubblico. Per le Pubbliche Amministrazioni, la sentenza ribadisce la necessità di una gestione attenta e diligente del fenomeno del randagismo, conformemente alle normative vigenti, per evitare di incorrere in responsabilità risarcitorie. In entrambi i casi, la consulenza legale specializzata diventa fondamentale per orientarsi in un quadro normativo e giurisprudenziale che, come visto, è tutt'altro che semplice e lineare.