Il tema del rimborso delle spese legali per i dipendenti pubblici coinvolti in procedimenti giudiziari a causa di fatti commessi nell'espletamento del proprio servizio è da sempre un punto di delicatezza e potenziale conflitto tra il lavoratore e l'amministrazione di appartenenza. Se da un lato la Pubblica Amministrazione ha un dovere di tutela e assistenza nei confronti dei propri dipendenti, dall'altro non può prescindere da principi di buona gestione e controllo della spesa pubblica. In questo contesto, l'Ordinanza della Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, n. 15279 del 09/06/2025, si inserisce come un importante chiarimento, delineando i confini entro cui tale rimborso è dovuto, con particolare riferimento alla scelta del difensore.
Non è raro che un dipendente di un ente locale si trovi ad affrontare accuse o procedimenti giudiziari, sia civili che penali, per condotte tenute nell'esercizio delle proprie funzioni. In questi casi, la legislazione e la contrattazione collettiva prevedono generalmente che l'ente di appartenenza possa farsi carico delle spese legali, in virtù del principio che il dipendente agisce nell'interesse e per conto dell'amministrazione. Tuttavia, questa assistenza non è incondizionata e richiede il rispetto di determinate procedure.
La questione centrale spesso ruota attorno alla modalità di scelta dell'avvocato e all'interazione tra il dipendente e l'ente prima e durante il procedimento legale. È qui che l'Ordinanza in esame porta una luce definitiva su un aspetto cruciale.
Il caso esaminato dalla Suprema Corte vedeva contrapposti M. e C., in un ricorso che aveva origine da una pronuncia della Corte d'Appello di Caltanissetta del 24/12/2020. La Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi sulla legittimità del rigetto della richiesta di rimborso delle spese legali avanzata da un dipendente di un ente locale. Il cuore della controversia risiedeva nel fatto che il lavoratore aveva unilateralmente scelto il proprio difensore, comunicando tale scelta all'ente solo in un secondo momento.
La Suprema Corte, con la sua Ordinanza n. 15279/2025, ha rigettato il ricorso, confermando l'orientamento già espresso in precedenti pronunce. La massima che sintetizza tale principio è la seguente:
In tema di spese di assistenza legale dei dipendenti degli enti locali per fatti commessi nell'espletamento del servizio, l'amministrazione pubblica non è tenuta al relativo rimborso ove il lavoratore abbia unilateralmente provveduto alla scelta dell'avvocato, anche se l'abbia comunicata all'ente.
Questa affermazione è di fondamentale importanza. Significa che, anche se il dipendente ha agito in buona fede e ha comunicato all'amministrazione di aver nominato un avvocato per una vicenda legata al servizio, tale comunicazione non è sufficiente a imporre all'ente l'obbligo di rimborso se la scelta del legale è avvenuta in modo unilaterale. La ragione di fondo risiede nella necessità per la Pubblica Amministrazione di poter esercitare un controllo sulla scelta del difensore, non solo per ragioni economiche (contenimento dei costi), ma anche per valutare l'opportunità e la strategia difensiva, che potrebbe avere riflessi diretti sull'immagine e sugli interessi dell'ente stesso. Il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) del 14/09/2000, all'art. 28, è spesso richiamato come riferimento normativo in materia, sottolineando come l'assistenza legale sia subordinata a precise condizioni e modalità che implicano un coinvolgimento preventivo dell'amministrazione.
Questa ordinanza ha chiare implicazioni per entrambe le parti:
L'assenza di un accordo o di un'autorizzazione preventiva rende la scelta del difensore una decisione personale del dipendente, con la conseguenza che le relative spese rimarranno a suo carico, indipendentemente dalla pertinenza dei fatti all'attività di servizio.
L'orientamento espresso dalla Cassazione con l'Ordinanza n. 15279/2025 non rappresenta una novità assoluta, ma consolida un principio già affermato. La stessa ordinanza richiama, infatti, massime precedenti conformi, come la n. 25976 del 2017 (Rv. 646118-01), a dimostrazione di una linea interpretativa consolidata. Questo sottolinea l'importanza di una prassi costante e condivisa che privilegi il dialogo e la concertazione tra dipendente e amministrazione fin dalle prime fasi di un eventuale procedimento legale.
L'Ordinanza n. 15279/2025 della Corte di Cassazione ribadisce con chiarezza che il diritto del dipendente pubblico al rimborso delle spese legali per fatti di servizio non è automatico e incondizionato. È fondamentale che la scelta del difensore avvenga in un contesto di condivisione e autorizzazione da parte dell'amministrazione, che deve essere coinvolta preventivamente e attivamente nel processo decisionale. Agire unilateralmente, anche se con successiva comunicazione, espone il dipendente al rischio di non vedersi riconosciuto il rimborso. Pertanto, la collaborazione e il rispetto delle procedure interne ed extra-legali sono elementi imprescindibili per garantire la tutela sia del lavoratore che degli interessi della Pubblica Amministrazione.