Il danno biologico terminale e la sofferenza di chi percepisce l’avvicinarsi della morte richiedono valutazioni distinte. Nell’ordinanza 16592 del 20 giugno 2019, la Cassazione ha censurato la liquidazione del danno catastrofale effettuata dal giudice di rinvio. I 2.500 euro al giorno ricordati nella vicenda non sono una tariffa fissata dalla Cassazione: erano proprio l’importo riconosciuto nella decisione poi cassata.
La massima ufficiale riguarda un incidente mortale in cui la vittima era sopravvissuta all’evento. Distingue il danno biologico terminale, riferito all’invalidità temporanea totale tra la lesione e il decesso, da una possibile componente di sofferenza psichica: il danno catastrofale. La distinzione impedisce di trattare ogni conseguenza di quel periodo come una voce indistinta.
Per il danno biologico terminale la liquidazione può utilizzare le tabelle dell’invalidità temporanea. Per il danno catastrofale, invece, la particolare intensità della sofferenza richiede un criterio equitativo puro. Il rinvio all’equità riguarda quindi la valutazione di questo specifico pregiudizio, non l’abbandono di qualsiasi criterio per tutte le componenti del risarcimento.
La Corte pone al centro l’intensità del pregiudizio psichico vissuto dalla persona. La durata della consapevolezza della morte imminente rileva nella quantificazione, secondo proporzionalità ed equità; non è il parametro dal quale far dipendere, da solo, la configurabilità del danno catastrofale.
Questo passaggio non consente di presumere la coscienza della vittima in qualsiasi incidente mortale. Nella vicenda esaminata tale consapevolezza era già stata riconosciuta dalla Cassazione nella precedente fase del giudizio. L’errore del giudice di rinvio si comprende proprio alla luce di questo accertamento, che non poteva essere sostituito con una diversa supposizione sullo stato della vittima.
La rassegna ufficiale riferisce di una vittima politraumatizzata rimasta in vita per tre giorni. Una prima liquidazione complessiva di 1.000 euro era stata considerata irrisoria dalla Cassazione. Nel successivo giudizio di rinvio erano stati riconosciuti 2.500 euro al giorno ai parenti della vittima.
Anche questa seconda decisione è stata cassata con rinvio. Il giudice aveva collegato una minore intensità della sofferenza catastrofale alla presumibile mancanza di piena coscienza dell’approssimarsi del decesso. La Cassazione ha rilevato che la consapevolezza era stata invece ritenuta sussistente nella precedente pronuncia. L’aumento della somma rispetto ai primi 1.000 euro non risolveva dunque il problema della motivazione.
L’ordinanza offre un criterio di valutazione e corregge un errore nel giudizio di rinvio; non determina un importo automaticamente applicabile ad altri casi. Presentare 2.500 euro al giorno come una misura approvata dalla Corte invertirebbe il significato dell’esito processuale.
Nell’esaminare una domanda risarcitoria occorre distinguere la componente biologica dalla sofferenza psichica, individuare gli accertamenti sulla consapevolezza e motivare la quantificazione rispetto al pregiudizio concreto. Il resoconto qui riportato è limitato al principio e alla fattispecie descritti nella massima ufficiale: non ricostruisce ulteriori dati clinici o familiari della vicenda.